N.199. Niente da perdere.
Chiusa una porta, si apre un portone.
Nessuno ti dice, però, che oltre a quel portone verranno con te anche le tue paure, le esperienze accumulate negli anni precedenti, i respiri mancati per un’emozione o per una perdita importante.
E così, varcata la soglia, ti senti finalmente arrivata.
La speranza che muove le tue gambe e i tuoi sogni pare più forte dell’imbarazzo iniziale, quello che ti porta a chiederti se sia veramente il caso di iniziare qualcosa di così nuovo da sembrare irraggiungibile, intoccabile dalle tua mani e dai tuoi occhi disillusi.
Ma quella speranza c’è, latita dentro di te per istinto di sopravvivenza. E si fa sentire così forte da spingerti oltre.
Vai, varca il portone, respira a pieni polmoni avvertendo la differenza tra l’aria pura della nuova vita e l’odore stantio delle vecchie abitudini.
Fatto? Ora fermati.
Fermati ed attendi. Attendi che le tue paure vengano nuovamente a galla e renditi conto che niente è cambiato rispetto a prima.
Sei di nuovo con le spalle al muro, impaurita dalla tua stessa ombra, in una spasmodica ricerca di un appiglio, di due braccia che ti sollevino e ti portino via da lì, sussurrandoti che andrà tutto bene.
Sono le vecchie paure a parlare, in realtà. E la vecchia esperienza suggerisce quel che verrà non sarà nulla di buono, che quelle braccia salvifiche non verranno in tuo soccorso, che quel buio non si diraderà mai, fino a quando non sarai tu ad alzarti da lì per aiutarti da sola.
La mano che cerchi per uscire da un problema, diceva qualcuno, la trovi esattamente alla fine del tuo braccio. Ed è in effetti solo lì che la si può trovare.
Puoi provare ad aggrapparti a chi ti sembra un volto amico in mezzo alla guerra, ma senza dimenticare di trovarti comunque nel bel mezzo di una trincea, cosparsa dei cadaveri dei sogni che hai lasciato morire con il passare del tempo, togliendo loro l’ossigeno di cui si nutrivano, ossia la tua speranza e la tua voglia di andare avanti.
E sei di nuovo lì, con le spalle al muro. Ti vedi?
Stai aspettando che qualcuno sferri il colpo, senti che prima o poi arriverà e questa volta sarà così doloroso da renderti difficile qualsiasi rinascita. Ne sei consapevole.
Come sai che arriverà? Questione di esperienza. Sei piuttosto ferrata in questo campo. Hai poca concorrenza e lo sai bene.
Come sai che farà male? Perché stavolta ci hai creduto con tutta te stessa e sai che se la tua previsione dovesse rivelarsi esatta, lo strappo al cuore sarebbe così forte da toglierti il respiro, costringendoti a piegarti sulle ginocchia implorando pietà, quella pietà che non chiedi mai perché hai deciso da tempo di non concedere a nessuno, talvolta neanche a te stessa.
Sono con le spalle al muro. Proprio ora.
Qualcuno ha compreso la mia natura da rifugiata, la mia voglia di nascondermi agli occhi del mondo concedendo a pochi di scoprirmi, ha capito che sotto i tatuaggi da dura si celano centinaia di cicatrici che non ho ancora voluto mostrare. Perché? Perché non ne ho voglia, perchè chi me lo chiede è identico a chi me le ha procurate. Perché non mi si conosce mai davvero ed odio sentirmi dire: “Ah ma io ti ho già inquadrata!”.
Se credi di averlo fatto, sbagli. Se pensi di poterlo fare, sbagli di nuovo. E se si continua a premere così su quei tagli, sperando che il dolore mi spinga a confessare tutto, che la voglia di parlare mi spinga tra le grinfie di chi vuole inquadrarmi solo per potermi manipolare, finirò per chiudermi.
Chiudermi così ermeticamente da far chiedere anche a chi mi conosce se io mi sia mai aperta veramente.
Chiudermi nel mio vaso di Pandora, senza scoperchiarlo mai, celando agli occhi del mondo quel che in realtà mi ha portato ad essere quella che sono.
Ed in conclusione una piccola preghiera.
Tu, non leggerai tutto questo. La tua fantasia più sfrenata non potrà mai portarti a comprendere chi si cela dietro queste parole e sono sicura che non saprai mai comprendere né me né loro.
Ma se per qualche fortunato motivo dovessi decidere di accendere il cervello, ti prego, rifletti.
Se in una vita non troppo lontana qualcuno mi ha trascinato in un vortice di male e di dolore, di ferite mai curate realmente e di voglia di scappare, non sarebbe il caso di andarci con i piedi di piombo?
Se ti guardi intorno, c’è chi lo sta già facendo. Chi lo ha già compreso. Chi sa che deve andare ben con calma per arrivare almeno appena appena appena sotto la superficie, in un precario equilibrio d’umore e malinconia.
Non forzare la mano, non cercare di forzare la serratura di un’anima che non si aprirà a meno che non sia lei a volerlo. Non portarmi di nuovo sull’orlo della fuga: oramai so che dietro la porta chiusa, c’è un portone che si apre. Ma so anche che non ho voglia di un altro portone: so che questo è lo spazio che mi sono creata e questa volta, con le spalle al muro, non potrò indietreggiare. Solo attaccare.
Hai idea di come attacca chi non ha niente da perdere?